/ Attualità

Attualità | 30 marzo 2025, 19:05

"Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni": l'appello disperato di un padre per il figlio malato

Il racconto di una lunga battaglia contro gravi problematiche mentali, tra servizi inadeguati e porte chiuse: "Che ne sarà di lui quando io o mia moglie non ci saremo più?"

Le persone ritratte sono state generate con l'AI e pertanto non fanno riferimento ai reali protagonisti della vicenda

Le persone ritratte sono state generate con l'AI e pertanto non fanno riferimento ai reali protagonisti della vicenda

Colpito dalla lettura, sul nostro giornale, del racconto di una madre che ha perso il figlio affetto da problemi psicologici, un lettore ci ha contattati per condividere anche la traumatica esperienza vissuta, insieme alla moglie, negli ulti 15 anni. La testimonianza di una lotta quotidiana contro le gravi problematiche mentali del figlio, oggi adulto, e contro un muro di indifferenza e inadeguatezza da parte delle istituzioni. 

"Ho cercato in ogni modo di ottenere ascolto, ho anche scritto all'assessore regionale alle Politiche Sociali (Maurizio Marrone, ndr.) e al ministro delle Politiche Sociali (Marina Calderone, ndr.), senza ottenere risposta. Ora sto pensando di rivolgermi anche a Striscia la Notizia o alle Iene... magari così qualcuno ci ascolterà". 

"Io e mia moglie siamo distrutti, si sentiamo abbandonati", ci ha confidato, chiedendo l'anonimato per tutelare la sua famiglia.
 

Un calvario lungo oltre 15 anni

Tutto è iniziato con un cambiamento caratteriale del ragazzo. La famiglia si è rivolta al medico di base, poi al centro di salute mentale (CSM). Inizialmente è stato ipotizzato un uso saltuario di stupefacenti, ma le analisi non hanno giustificato un cambiamento così repentino. E' pertanto iniziato un percorso tortuoso: "Abbiamo cambiato tre volte lo psichiatra per mancanza di continuità - racconta il padre - e non è mai stato visto da uno psicologo" tramite il servizio pubblico. La diagnosi di schizofrenia, pur definita da anni, è stata comunicata formalmente alla famiglia solo di recente, dopo insistente richiesta.


Case di cura inefficaci, comunità negate

Il figlio è stato più volte inserito in "case di cura", ma ogni volta si sono rivelate soluzioni tampone e inefficaci. "Dopo qualche giorno escono", spiega il padre, perché maggiorenni e non trattenibili, oppure perché le strutture stesse non sono adatte. "Una volta è rimasto 35 giorni, un tempo che secondo lo psichiatra bastava per un percorso più continuo in casa famiglia. Non solo non è servito, ma in quel periodo il medico non ha mai chiamato la casa di cura neppure una volta per sapere come stesse, non c'è stata la continuità promessa".

La famiglia ora chiede disperatamente un percorso in una comunità terapeutica, come quella di don Pierino Gelmini attiva a Terni, che prevedono regole, attività, un supporto costante e specializzato. "Ma le istituzioni sono restie - denuncia il padre - dicono che ci sono limiti di budget. Eppure una legge ora permetterebbe di frequentare una comunità... ma come fanno gli altri ad arrivarci?".


Una vita familiare devastata

L'impatto sulla famiglia è stato "devastante". "Io e mia moglie abbiamo perso tutto: uscite, amici che vengono a casa, non frequentiamo nessuno. Dobbiamo stare sempre con lui, uno o l'altra, anche solo per fare la spesa. Ogni giorno è una discussione, a volte alterata anche da parte nostra, perché non ce la facciamo più". La coppia genitoriale è messa a dura prova, logorata da anni di stress e difficoltà relazionali. A questo si aggiungono gravi problemi di salute per entrambi i genitori, che rendono la gestione quotidiana ancora più pesante. La paura è costante, perché il figlio, a causa dell'interazione tra farmaci e l'alcol (birra, specifica il padre, ma comunque sufficiente a scatenare reazioni), ha scatti d'ira e può diventare violento: "Abbiamo preso delle botte, ha spaccato roba in casa..."


Sentirsi 'mal sopportati' tra muri di gomma e tentativi falliti

L'uomo racconta di percepirsi "visto come uno che rompe le balle" quando chiede aiuto o informazioni ai servizi socio-assistenziali: "Ho telefonato diverse volte per urgenze, per parlare con lo psichiatra. Non mi ha chiamato nessuno. Di volta in volta dobbiamo aspettare il colloquio programmato, e poi ti dicono che la segreteria non funziona...". Anche i tentativi con assistenti sociali e cooperative si sono rivelati inutili: "Ci hanno rimbalzato, dicendo 'tanto non possiamo fare niente per persone così'".

Persino un tentativo di inserimento lavorativo, supportato dal Sert (Servizio per le Dipendenze, coinvolto per il problema del bere), è fallito miseramente. Dopo un'analisi che aveva evidenziato l'inadeguatezza del ragazzo a svolgere lavori ripetitivi, "sa dove l'hanno messo? Ad una macchina stampatrice. È durato tre ore e poi è andato via. Ma di che cosa parliamo?".


L'appello finale: "Le istituzioni allarghino gli orizzonti"

"Io penso che a livello istituzionale qualcosa debba cambiare" conclude il padre, con un appello accorato. "Capisco i budget, ma devono allargare gli orizzonti per questi ragazzi. Devono fare qualcosa, aprire ad alternative. Non si può continuare con le case di cura, a chiuderli lì con le pastiglie senza fare niente. Bisogna aprire di più alle comunità, con persone specializzate. Io cercherò qualcuno per fare pressione, per mandare mio figlio in comunità, perché così non si può continuare". E conclude, amaramente: "Per noi è durissima già adesso, ma quando io o mia moglie mancheremo, cosa ne sarà di lui?".

Gabriele Massaro

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A MARZO?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2024" su Spreaker.
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium