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Sanità | 27 febbraio 2025, 07:15

Cinque anni dal Covid: anche ad Asti paura, speranza, il coraggio di una città che ha affrontato l'ignoto. Testimonianze, commozione, ricordi e riflessioni

La parola ai sanitari che si sono trovati ad affrontare una pandemia sconosciuta. Ghiselli: "La sanità deve avere una forte logistica", Montana: "Non dimenticherò mai l'angoscia di aver dovuto allontanare mia figlia di soli due anni"

L'emozionante elogio ai sanitari nei giorni più bui del Covid (MerfePhoto)

L'emozionante elogio ai sanitari nei giorni più bui del Covid (MerfePhoto)

Febbraio 2020. Asti, come il resto del mondo, si trovava sull'orlo di qualcosa che ancora non riusciva a comprendere fino in fondo. I primi casi di Covid-19 iniziavano a diffondersi nel Nord Italia, con un’eco lontana che presto si sarebbe trasformata in un’onda inarrestabile e anche la città, abituata ai ritmi tranquilli e un po’ sonnolenti delle colline piemontesi, venne travolta da un’incertezza e una paura mai provata prima.

All’ospedale Cardinal Massaia i medici, infermieri, oss e volontari si prepararono a uno scenario che nessuno aveva mai vissuto. Le prime mascherine comparvero (con ritardo) sui volti di chi sapeva che la battaglia era ormai vicina, mentre nei corridoi degli ambulatori la tensione cresceva.

Sanitari in prima linea, le chiusure, l'incognito

I posti letto iniziavano a riempirsi e, giorno dopo giorno, i bollettini diventavano sempre più preoccupanti. Il personale sanitario, pur consapevole dei rischi, scelse di rimanere in prima linea, con uno sguardo determinato e un cuore appesantito dall’ansia.

Dal 6 marzo, in base alle disposizioni regionali urgenti in ambito ospedaliero per la gestione dell’emergenza epidemiologica CoVID-19,venne bloccata l’erogazione delle prestazioni ambulatoriali (visite e prestazioni diagnostiche) di classe D e P, garantendo unicamente quelle di classe U e B e sospesa l’attività chirurgica ordinaria, fatta eccezione per gli interventi chirurgici urgenti, quelli salvavita e quelli di tipo oncologico.

Fatti che hanno naturalmente avuto ripercussioni pesanti negli anni a venire

La città intanto assisteva impotente alle prime chiusure, alle prime quarantene, mentre le strade si facevano silenziose. I negozi abbassavano le serrande e nei bar si respirava una strana inquietudine. Tuttavia, non mancavano i gesti di umanità e momenti di condivisione e solidarietà: medici che rincuoravano i pazienti, farmacisti che ascoltavano le paure della gente, vicini che si aiutavano a distanza con parole di conforto e piccoli gesti di solidarietà.

Il Covid-19 non era ancora esploso con tutta la sua violenza, ma Asti sapeva che nulla sarebbe stato più come prima. E mentre l’inverno si faceva più freddo, una città intera si stringeva nell’attesa, consapevole che la sfida era appena iniziata.

Le tende fuori dal pronto soccorso, l’esercito, i tamponi, le mascherine arrivate dalla Regione, le mascherine consegnate dai comitati Palio, i bollettini quotidiani, i morti, ogni giorno morti, famiglie spezzate, sconforto, sanitari ammalati.

Un vero bollettino di guerra che ci ha catapultati in un mondo surreale, dentro un film che non avremmo voluto mai vedere.

Il 26 febbraio la prima ricoverata – una donna di Portacomaro - nel reparto di Malattie infettive di Asti e, il giorno dopo, un punto della situazione fuori dal Pronto Soccorso tra i giornalisti con il commissario straordinario Giovanni Messori Ioli, l’allora dirigente delle Malattie Infettive, professor Francesco De Rosa e l’ex dirigente del Pronto Soccorso (ora ad Azienda Zero), Gianluca Ghiselli, che avevano sottolineato e richiesto la collaborazione di tutto il territorio. “Siano tutti consapevoli che la struttura sanitaria è pronta ad assistere nel migliore dei modi i casi sospetti, ma deve essere salvaguardata per quanto concerne tutto quello che compete alle nuove infezioni”.

Il prof. De Rosa, Messori Ioli, Gianluca Ghiselli

Oggi a distanza di 5 anni abbiamo raggiunto il dottor Gianluca Ghiselli e l’infermiere Gabriele Montana. Entrambi hanno affrontato con decisione l’emergenza e ci hanno raccontato le loro emozioni del momento.

Intervista

Dottor Ghiselli, cinque anni fa il Covid irruppe nelle nostre vite, anche nell’Astigiano. Qual è stata la prima cosa che ha pensato quando ha saputo la notizia.

Altre zone erano già state colpite e, nell'Astigiano, lo stavamo aspettando ma finché non sono iniziati ad arrivare i primi casi sembrava quasi irreale. Purtroppo non lo era e di lì è iniziata la corsa, consultando gli altri ospedali che erano stati colpiti per avere confronti

Il Pronto soccorso di Asti, ovviamente in prima linea. Come avete affrontato un’emergenza che, oggettivamente, non conoscevate

La direzione sanitaria aveva organizzato un gran lavoro, ci si riuniva più volte al giorno per informare costantemente sull'evoluzione e fare la valutazione di dispositivi a nostra disposizione. La cabina di regia ha funzionato, ma  non avevamo mai affrontato questo nemico. Avere avuto un coordinamento regionale nel Dirmei che ha razionalizzato risposte e dispositivi, è stato un grosso aiuto.

I 34 astigiani che si trovavano in vacanza all’hotel di Alassio, sono stati la prima grossa problematica per l’Astigiano. E poi, il 10 marzo il primo morto. Che ricordi ha di quel momento frenetico

Una prima grossa "scommessa", ci siamo trovati con l'ipotesi di poter accettare un numero così elevato di pazienti che ci avrebbe potuto mettere in ginocchio. Ricordo molto bene il primo decesso. Un momento terribile per tutti. ci siamo guardati e abbiamo detto "Allora succede davvero". Un momento che paragono, ma con emozione diametralmente opposta, all'arrivo del primo contenitore con i vaccini, qualche mese dopo. Il camion scortato dalle forze dell'ordine, mi aveva dato una forte emozione.

La difficoltà di reperire mascherine all’inizio e la richiesta di maschere da sub. Ricordandolo oggi le sembra surreale?

Un'esperienza che ci ha fatto capire che la sanità deve avere una componente logistica sempre molto forte che la accompagna perché certe situazioni, anche se remote, si possono verificare e a quel punto bisogna avere una macchina che funziona. Questa macchina a livello regionale, direi che nei limiti ha funzionato direi bene. Molti probabilmente all'inizio non si sono resi conto che un ospedale come quello di Asti che aveva un utilizzo di tute che potevano essere tipo 50 tute l'anno, si è passati a un fabbisogno quasi di 500 al giorno. Quindi è come se lei chiedesse a una fabbrica che produce 100 autovetture al giorno a un certo punto di produrne 4.000, non ce la fa. Se poi consideriamo che la grande maggioranza di questi presidi arrivavano dalla Cina perché là prodotti, è chiaro che la situazione si complicava ulteriormente. Però, devo dire, noi siamo andati ogni tanto un po' in affanno, ma il lavoro fatto dalla dottoressa Ferraris, direttore sanitario di presidio di allora, di concerto con la direzione generale e in accordo sempre con le strutture regionali, ha fatto sì che ogni tanto abbiamo avuto qualche preoccupazione, ma siamo sempre riusciti a venire fuori. Certo, a volte con dei rimedi che molti hanno criticato, come dire col senno di poi sono tutti fenomeni, bisognava essere lì. Io onestamente di quelli che poi hanno criticato lì in quel momento ne ho visti pochi.

E’ stata un’esperienza terribile, ma un’esperienza. Come affronterebbe oggi quel momento. Ha mai pensato di non farcela?

Ecco, di non farcela proprio no, perché le informazioni che arrivavano giorno per giorno su aggiustamenti terapeutici, su modifiche dell'approccio alla malattia, ci facevano vedere anche dei risultati. Certo, stiamo parlando di un periodo in cui molte volte si andava rifacendosi a quella che era la letteratura fino a quel momento presente, quindi abbastanza scarsa. L'elastico si era allungato molto tra chi doveva combattere come noi quotidianamente in prima linea e avere i pazienti per le mani e chi studiava e analizzava i dati che arrivavano magari utilissimi, ma arrivavano magari con un po' di giorni o settimane di latenza. Quindi è chiaro che in quella latenza noi andavamo avanti sulla base dell'esperienza che facevamo tutti i giorni. Cosa non farei? Adesso è facile parlare o cosa non si farebbe più? Adesso che sappiamo che il quadro è molto delineato, è molto semplice, sicuramente tutte le misure che sono state messe in campo all'epoca erano le misure che in quel momento sembravano il meglio per il maggior numero dei pazienti. Gli americani lo definirebbero "the best good for the best number", quindi la cosa migliore che si può fare per il più alto numero dei pazienti. 

Le tende per i tamponi e per l’emergenza fuori dal pronto soccorso, l’esercito che girava per la città. Lei che è stato in Antartide cosa ha provato in quei momenti?

L'impressione di una società che stava rispondendo ad una situazione che toccavamo costantemente in ospedale. Se poi vogliamo tirare fuori le dietrologie che sono uscite, preferisco non parlarne. Io ho fatto un anno di isolamento vero in Antartide e quindi quello per il Covid mi è pesato un po' meno, ma l'ambiente era spettrale. Se posso lasciare un'immagine che mi è rimasta dentro, ricordo un signore di circa 80 anni, fisicamente in buono stato e due grandi occhi azzurri è arrivato in terapia intensiva in condizioni disperate, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto "Ma dottore, bisogna soffrire così tanto prima di morire?". Non lo dimenticherò mai.

Infermieri in trincea

Non nasconde la paura provata Gabriele Montana, infermiere in Medicina. "Con i miei colleghi - racconta - ce la mettevamo tutta ma le nostre cure, all'inizio, non sembravano utili abbastanza. Non si trovavano i farmaci giusti, la gente moriva e io, come tutti gli altri, ci sentivamo impotenti. Molti colleghi si sono contagiati, altri hanno pianto vittime tra i loro cari".

Un racconto che tocca l'anima pensando a quella tragedia, anche perché all'inizio mancavano le mascherine. "I dispositivi di protezione non sono stati disponibili fin da subito, conferma Montana - ci si arrangiava con quel che si aveva a disposizione. L'esperienza del Covid dovrebbe aver insegnato a chi comanda il valore delle professioni sanitarie. A non dare niente e nessuno per scontato perché quando si tratta di salute non di deve pensare a risparmiare".

"Molti colleghi si sono contagiati, sono stati loro stessi ricoverati e purtroppo qualcuno non ce l'ha fatta - rimarca con amarezza Montana -. Le assenze hanno costretto chi rimaneva a turni aggiuntivi". 

E poi i ricordi terribili. "Le morti sicuramente sono il ricordo più brutto. Da uomo, anzi, ancor più da padre non scorderò mai la tristezza di aver dovuto allontanare mia figlia di soli 2 anni, affidandola, per proteggerla, ai nonni in quanto sia io che mia moglie eravamo impegnati come infermieri in prima linea. Poterla vedere soltanto in videochiamata per due mesi è stato devastante. E vedere piangere i colleghi presi dallo sconforto. Il racconto del Covid è fatto di tanti ricordi tristi ovviamente. Peroʻ ci ha anche fatto scoprire uniti, ci riconoscevamo tra colleghi dagli occhi e dalla voce perché dentro quelle tute eravamo tutti uguali. E dopo i primi mesi finalmente anche le prime guarigioni".

La cerimonia del Grazie e, a dicembre, l'arrivo dei vaccini

E i sanitari (prima eroi, poi, nei mesi a venire, dileggiati da una certa lettura negazionista) il 19 settembre vennero pubblicamente "abbracciati" con la  cerimonia del GRAZIE , presso lo stadio Censin Bosia, con la quale il Comune di Asti - in collaborazione con la Sezione ANA di Asti, la Banca del Dono con l’associazione il Dono del Volo e il CSVAA – ha voluto omaggiare quanti, nel pieno dell’emergenza Covid-19, hanno lavorato senza sosta per contenere il diffondersi dell’epidemia.

 Il 27 dicembre 2020, entrerà nei libri di storia come il giorno in cui la speranza di combattere il Covid prese forma reale con il" Vaccine Day". Tra i primi a vaccinarsi il commissario straordinario Asl At, Messori Ioli e il presidente dell'Ordine dei Medici, Claudio Lucia.
 

Betty Martinelli

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